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«L’interramento della ferrovia è una distrazione, priorità alla bonifica delle aree inquinate» – Cronaca


TRENTO. «Miliardi di lavori in vista dell’interramento della Ferrovia storica? Ma se mancano persino i soldi per la Circonvallazione… E di ciò siamo contenti. L’interramento è una distrazione per la cittadinanza, la priorità assoluta deve essere la bonifica delle aree di Trento nord. Bonifiche che le amministrazioni devono portare a compimento».

Il portavoce del movimento No Tav Elio Bonfanti attacca i propositi per la “fase 2” (quella che per l’amministrazione comunale dovrebbe portare all’interramento dell’asse ferroviario in centro città), che scatterebbe alla fine dei lavori per il Bypass. «Trento sarebbe bloccata dai cantieri per dieci anni», ha detto Bonfanti.

Si è svolto l’altroieri il convegno promosso dai No Tav al palazzo della Regione in cui si è delineato il delicato ruolo dei proprietari privati delle aree inquinate di Trento nord, ex-Sloi e Carbochimica: «Dopo la chiusura dell’impianto nel 1978, acquistarono i terreni ex-Sloi al prezzo stracciato di 8 euro a metro quadro, quelli della ex-Carbochimica a 30 euro il metro quadro – ha indicato Bonfanti – Questi prezzi derivavano dal fatto che erano terreni enormemente inquinati. I proprietari vogliono speculare in maniera sproporzionata tenendo al cappio le istituzioni che hanno l’obbligo di bonificare».

Questa ricostruzione è confermata dal giurista ambientale Franco Poliandri: «Chi bonifica ha il diritto di rivalsa sul proprietario fino al raggiungimento del valore commerciale post-bonifica. Perciò alle amministrazioni non conviene procedere all’esproprio preventivo, semmai alla compravendita a un prezzo simbolico. Altrimenti si favorisce l’inerzia dei proprietari». Poliandri chiede che la bonifica sia portata avanti dalle istituzioni: «I lavori per il Bypass prevedono la costruzione di trincee fino a trenta metri di profondità, sposterebbero l’inquinamento verso le falde. E la legge impone di non mettere a rischio le falde». Il movimento No Tav chiede la preventiva bonifica integrale delle aree inquinate prima di procedere ai lavori, anche alla luce del sequestro in corso da parte della Procura. Ma quale bonifica? Qui le ipotesi concrete sono poche e tutte estremamente costose, lunghe e potenzialmente inefficaci.

L’ha spiegato la biologa Chiara Segalla: «L’ipotesi più percorribile è la bonifica fisico-chimica, quella che preleva i terreni e li sottopone a trattamenti con solventi oppure ad un processo di trattamento termico attorno ai 1000°C. In questo modo il suolo si pietrifica e gli inquinanti, vetrificati, possono essere asportati».

La biologa rileva però l’enorme costo di questi trattamenti se applicati su un’area inquinata di sedici ettari: «Si parla di milioni di metri cubi, una dimensione enormemente più grande rispetto ai terreni inquinati da piombo tetraetile e da composti aromatici bonificati a Fidenza». Segalla riflette sul “modello Fidenza”: «Non sono riusciti a bonificare completamente l’area, rimangono degli inquinanti, hanno trattato 40mila tonnellate di suolo e non milioni di tonnellate come sarebbe il nostro caso. Una parte significativa dei terreni trattati sono dovuti finire agli inceneritori specializzati in Francia e Germania».

Esistono ipotesi alternative di bio-bonifica, ma Segalla ammette che si tratta di opzioni ancora allo stadio sperimentale: «Si può pensare all’isolamento dei terreni in teli impermeabili ed il loro trattamento con radici, funghi, batteri, coltivati proprio per la loro capacità di assorbire il piombo tetraetile e i composti aromatici. Ma i tempi sarebbero molto lunghi e sono pratiche finora testate quasi solo in ambito di ricerca, non su una scala così ampia».



Originale su L’Adige

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