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Monsignor Nicolini, pastore coraggioso: “Riuscì a far emergere il bene dal male assoluto” – Cronaca


TRENTO. È una figura straordinariamente moderna quella di monsignor Giuseppe Placido Nicolini, il Giusto fra le nazioni di origine trentina che oggi, 27 gennaio, è stato al centro del dialogo tra il sindaco Franco Ianeselli e l’arcivescovo Lauro Tisi durante la cerimonia ufficiale del Giorno della memoria a Palazzo Geremia. 
«Monsignor Giuseppe Placido Nicolini portò sempre con sé la concretezza e l’attaccamento ai valori familiari e alla sua terra trentina – ha dichiarato l’arcivescovo, sollecitato dalle domande della giornalista Paola Siano in una sala di rappresentanza particolarmente gremita, con tante persone in piedi – Nella sua veste di vescovo di Assisi e nel suo impegno per la salvezza degli ebrei, che nella città serafica cercavano rifugio, emerge tutta la sua sensibilità di pastore e di uomo: non solo si preoccupò della loro salvezza fisica, ma fece sì che venisse garantita ai bambini un’istruzione altrimenti negata e cercò in ogni modo di consentire la salvaguardia delle tradizioni e dei valori importanti per la loro fede. Grazie all’appello promosso dal “più francescano” dei benedettini, come ad un certo punto venne chiamato, nel 1939 San Francesco d’Assisi fu proclamato patrono d’Italia». 
Il sindaco Ianeselli ha messo in luce come il vescovo Nicolini sia riuscito a evitare che Assisi precipitasse nel baratro di disumanità in cui era finita l’Europa intera: «Primo Levi ha scritto che Auschwitz “è intorno a noi, è nell’aria”, come una sorta di infezione. Ecco, per restare alla metafora di Levi, il virus dei lager minacciava anche ad Assisi durante l’occupazione tedesca. Il vescovo Nicolini impedì che dilagasse assumendosi dei rischi in prima persona. Mentre in Italia c’era chi faceva il delatore e segnalava gli ebrei nascosti alle autorità, Nicolini andava controcorrente: lui gli ebrei li nascondeva, li salvava, violando la legge e fabbricando documenti falsi. Quel che colpisce è che Nicolini, persona autorevole, rispettata, è stato un trascinatore: ha coinvolto nella sua rete di salvataggio non solo i conventi, che hanno rinunciato alle regole ferree della clausura, ma anche tanti privati cittadini. Assisi è diventata una città dalla doppia vita: c’era quella alla luce del sole e quella underground, clandestina. Tutto grazie al coraggio di monsignor Nicolini, un vero leader: uno che sa far emergere il bene dal male assoluto, uno che non asseconda le pur legittime paure, ma sa motivare le persone a trovare dentro di sé un coraggio che forse neppure sapevano di avere». 
Il dialogo tra il sindaco e l’arcivescovo è stato preceduto dall’intervento di Mario Cossali, presidente dell’Anpi del Trentino, che si è soffermato sulla figura di monsignor Nicolini sottolineandone la grande generosità: «Gli ebrei arrivavano nella sede vescovile e monsignor Nicolini, insieme a don Aldo Brunacci, unico sacerdote che sapeva della questione, ricoverava le cose che avevano con sé, tra cui documenti e libri liturgici, in una stanza murata per lo scopo. Gli ebrei con una nuova identità finivano sparsi nei conventi maschili e femminili. Alcuni restavano nascosti negli spazi del vescovado e addirittura dormivano di notte nella camera del vescovo, mentre lui riposava sul divano della biblioteca. Sono innumerevoli le testimonianze dettagliate in questo senso di singoli e di famiglie determinanti per arrivare in seguito alla proclamazione di “Giusto tra le nazioni”».Ha concluso Cossali: «La diocesi di Assisi diventò una sorta di oasi di libertà. Quello che colpisce del grande vescovo è il volto aperto e accogliente, che esprime quella magnanimità che tutti ricordano assieme ad una rara capacità operativa, frutto di una saggezza umana e politica, che gli permise di attraversare con coraggio la bufera più terribile». 
Al termine della cerimonia ufficiale, dopo i saluti del Commissario del Governo Filippo Santarelli e dell’assessore provinciale Simone Marchiori, c’è stato l’intervento del generale Roberto Riccardi, Comandante della Legione Carabinieri trentino, sulla memoria dei sopravvissuti. Infine, la consegna delle medaglie d’onore alla memoria di sette internati militari italiani. Catturati in patria o sui fronti di guerra all’estero dopo l’8 settembre 1943, a causa del loro rifiuto a combattere con i nazisti hanno subito la deportazione nei lager e sono stati destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. 
Ecco l’elenco degli insigniti: Cornelio Cramerotti, internato militare in Slovenia e Germania dal 9 settembre 1943 al 13 aprile 1945. Ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Diego accompagnato dal sindaco di Trento Franco Ianeselli.
Vito Digiesi, internato militare in Germania dall’8 settembre 1943 al 13 agosto 1945, ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Francesco accompagnato dalla sindaca reggente di Rovereto Giulia Robol.
Alfonso Galazzini, internato militare in Germania dall’8 settembre 1943 al 25 maggio 1945. Ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Michele accompagnato dall’assessore del Comune di Porte di Rendena Alberto Valentini. Guglielmo Girardi, internato militare in Germania dal 9 settembre ‘43 al 1° aprile ‘45. Ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Elio accompagnato dal sindaco di Trento. 
Aldo Menardi, internato militare in Slovenia e in Germania dal 9 settembre 1943 al 30 aprile 1945. Ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Carlo accompagnato dalla sindaca reggente di Rovereto. 
Tranquillo Orsingher, internato militare in Germania dal 9 settembre 1943 al 1° gennaio 1944. Ha ritirato la Medaglia d’onore il figlio Sisto accompagnato dal sindaco di Trento. Bruno Pellegrini, internato militare in Germania dal 9 settembre 1943 al 12 ottobre 1945. Hanno ritirato la Medaglia d’onore le figlie Maria Grazia e Rita accompagnate dall’assessore del Comune di Riva del Garda Salvatore Mamone.



Originale su L’Adige

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